"Masssssì, io direi di mandare tutto a fanculo. A fanculo la logica, la ragione e i sensi! Lasciamoci inebriare da questa follia e coprire da questo muro che non lascia spiraglio al vero. Lasciamoci morire lentamente ed agonizzanti gridiamo, gridiamo di non aver ricevuto abbastanza batoste e di sentirne ancora il bisogno; ma facciamolo come fosse l'unico nostro piacere, perché altrimenti non potrebbe esserci ulteriore spiegazione. E laceriamolo quel cuore! Rendiamolo polvere che tanto non vedo quale sia il bisogno di avere un orologio sballato dentro al petto. Malediciamo quei momenti bastardi di dolcezza e gentilezza: per cortesia, non c'è alcun motivo di rendersi zucchero dopo tutto l'amaro che si ha dentro; chi vorremmo prendere in giro, oltre noi stessi? E poi buttiamo via tutti quei sorrisi! Son troppo vecchi e non mi piace si conservino straccetti di felicità. Al diavolo le male lingue e al diavolo tutti, che ad essere cinici non si sbaglia mai, che a tenere sempre gli occhi socchiusi si rischia per perdere la pazienza, che a nasconderci dietro due apici siamo bravi tutti."
domenica 13 aprile 2014
mercoledì 19 marzo 2014
In momenti come questi
...e tu cosa fai in momenti come questi? Rincorrere vecchi profumi, talmente cari da non poterli scordare, a partire da quel detersivo fino a ciò che di buono esce dalla cucina; scappare da ricordi così insistenti, inesistenti, forse, e così instancabili che ti si attaccano alla pelle come sanguisughe. Esci per prendere una boccata d'aria e ti dai conforto col panorama che ti ritrovi davanti. Una carezza; fermi quella lacrima bastarda che esibisce la sua performance da quell'alto trampolino. Troppe emozioni; belle e brutte. Uragano di pensieri. Chaos dentro di te. Blackout.
mercoledì 26 febbraio 2014
Strano, vero?
Strano, vero? Chi lo avrebbe mai detto fosse possibile per un piccolo grande cuore gioire ogni istante? E' con te che festeggerei tutti i momenti della mia vita, ogni respiro e ogni sorriso che condividiamo, preparando il cuore ogni giorno ad una gioia sempre più grande; ogni fatica nel riuscire in qualcosa, quando tento di fare una torta, ad esempio, sperando sia talmente buona da non deludere un giorno il tuo palato goloso, oppure quando provo a disegnare e immagino sia lo scarabocchio più bello che un bimbo possa mostrare orgoglioso alla sua bimba, con tanto di cuoricini colorati e gente che si tiene per mano. Vorrei trovarti accanto a me appena mi stiracchio un po' e stropiccio gli occhi al mattino per poi riaprirli e vederti ancora ronfante e, nel mio assoluto egoismo, svegliarti con semplici carezze; non c'è gioia più bella del vederti sorridere ancora ad occhi chiusi, forse sognante, magari in spiaggia, senza la paura del freddo che si abbatte durante la notte, quando la brezza si fa vento forte e le carezze abbracci caldi. Sono i tuoi occhi quelli che mi rassicurano, quelli in cui mi perdo per quanto belli e mi trovo perché mappa delle mie paure, tesoro mio più grande; sono le tue smorfie che mi fanno tornare a ridere quando sono immersa nei pensieri più profondi e/o stupide riflessioni. E' quel sorriso timido che ti tiro a forza che mi fa sentire unica, come tu mi definisci. Strano, vero? Chi lo avrebbe detto che un'acida lunatica potesse provare certi sentimenti? E' con te che tutto il mondo si colora, non di blu, non di verde, non di fucsia, ma arcobaleno; come un pennello magico che senza bisogno di pittura, dipinge ciò che il cuore più desidera... E che capolavoro! Strano, vero? Chi lo avrebbe mai detto mi sarei ritrovata nel cuore di qualcuno che avrebbe fatto ribattere il mio?
mercoledì 15 gennaio 2014
Inverno fruttuoso
https://www.youtube.com/watch?v=_fNg3qHdEcY
L'inverno stava preparando le valige. Tutto andava secondo programma. Chronos stava svolgendo il suo lavoro perfettamente così da far passare la stagione corrente ed arrivare quella successiva; solo un piccolo incidente costrinse l'inverno a trattenersi un po' più del dovuto. La primavera era alle porte, esplosiva come sempre, gioiosa; l'inverno rimase lì sull'uscio e le impedì di entrare.
Scoppiò in un pianto interminabile. Lui incrociò il suo sguardo, i suoi occhi, gli stessi che gridavano, gridavano dolore. Non capiva cosa stesse succedendo; scappò. Quei due non si conoscevano; lui, beh, lui aveva un qualcosa di magico che le donò con quello sguardo semplice, ma così intenso. Trascorse il tempo a raccogliere ogni sua più insignificante lacrima, lei, come fossero le tanto fastidiose gocce che cascano dal soffitto di qualche catapecchia di legno sconquassata da chissà quale tempesta; lui l'aiutò, pur non sapendolo. Semplicemente c'era.
L'inverno le asciugò quel bianco viso ricoperto da pioggia di sogni infranti che le scendeva ininterrottamente dagli occhi, con una semplice carezza di vento; gelida.
Gelida la carezza come divenne gelido il suo cuore. I suoi battiti divennero rimbombi, martellate lente su un pezzo di marmo ricoperto da muschio. Si fece legno, lei, si fece albero; divenne corteccia. Acidamente assisteva ai caldi baci dei giovani innamorati che incidevano su di lei frasi sdolcinate a dir poco sgradevoli per il suo cuore vuoto, muto, borbottante; tutto il suo tronco si fece pagina di parole d'amore così tanto astratte da sentirsi ricoperta ormai da nulla e pezzi stracciati qua e là.
Lui incrociò il suo sguardo, i suoi occhi, gli stessi che tacevano, tacevano rimanendo piatti e spenti. Quei due non si conoscevano; lui, beh, lui aveva qualcosa di speciale in quei suoi occhi cangianti, che andavano dal verde al castano, eppure si avvicinavano molto alla magia e allo stupore che prova un bimbo guardando l'arcobaleno: poesia. Ne aveva visti di occhi belli, lei, e sapeva riconoscerli: ci si perde dentro. Nei suoi, però, no; in questi si immergeva completamente fino a ritrovarsi, non sentendosi più spaesata, persa, vuota. Erano una sottospecie di mappa, con lui come più grande tesoro; un planisfero, con lui come più fantastica meta da visitare.
Lui le asciugò quel roseo viso ricoperto da timidi sorrisi, accarezzandole il cuore e guardandola con occhi sorridenti. Forse era lui la sua primavera, la stessa che trovò ogni qual volta l'abbracciasse per rassicurarla e riempirla di nuovi boccioli, anziché di parole fatte e sentite tante e troppe volte, incise da passanti.
Voleva essere vero, rendersi vero, vivo. E solo con lei poteva rendere acceso il sogno di far sbocciare nella sua vita una nuova primavera.
L'inverno stava preparando le valige. Tutto andava secondo programma. Chronos stava svolgendo il suo lavoro perfettamente così da far passare la stagione corrente ed arrivare quella successiva; solo un piccolo incidente costrinse l'inverno a trattenersi un po' più del dovuto. La primavera era alle porte, esplosiva come sempre, gioiosa; l'inverno rimase lì sull'uscio e le impedì di entrare.
Scoppiò in un pianto interminabile. Lui incrociò il suo sguardo, i suoi occhi, gli stessi che gridavano, gridavano dolore. Non capiva cosa stesse succedendo; scappò. Quei due non si conoscevano; lui, beh, lui aveva un qualcosa di magico che le donò con quello sguardo semplice, ma così intenso. Trascorse il tempo a raccogliere ogni sua più insignificante lacrima, lei, come fossero le tanto fastidiose gocce che cascano dal soffitto di qualche catapecchia di legno sconquassata da chissà quale tempesta; lui l'aiutò, pur non sapendolo. Semplicemente c'era.
L'inverno le asciugò quel bianco viso ricoperto da pioggia di sogni infranti che le scendeva ininterrottamente dagli occhi, con una semplice carezza di vento; gelida.
Gelida la carezza come divenne gelido il suo cuore. I suoi battiti divennero rimbombi, martellate lente su un pezzo di marmo ricoperto da muschio. Si fece legno, lei, si fece albero; divenne corteccia. Acidamente assisteva ai caldi baci dei giovani innamorati che incidevano su di lei frasi sdolcinate a dir poco sgradevoli per il suo cuore vuoto, muto, borbottante; tutto il suo tronco si fece pagina di parole d'amore così tanto astratte da sentirsi ricoperta ormai da nulla e pezzi stracciati qua e là.
Lui incrociò il suo sguardo, i suoi occhi, gli stessi che tacevano, tacevano rimanendo piatti e spenti. Quei due non si conoscevano; lui, beh, lui aveva qualcosa di speciale in quei suoi occhi cangianti, che andavano dal verde al castano, eppure si avvicinavano molto alla magia e allo stupore che prova un bimbo guardando l'arcobaleno: poesia. Ne aveva visti di occhi belli, lei, e sapeva riconoscerli: ci si perde dentro. Nei suoi, però, no; in questi si immergeva completamente fino a ritrovarsi, non sentendosi più spaesata, persa, vuota. Erano una sottospecie di mappa, con lui come più grande tesoro; un planisfero, con lui come più fantastica meta da visitare.
Lui le asciugò quel roseo viso ricoperto da timidi sorrisi, accarezzandole il cuore e guardandola con occhi sorridenti. Forse era lui la sua primavera, la stessa che trovò ogni qual volta l'abbracciasse per rassicurarla e riempirla di nuovi boccioli, anziché di parole fatte e sentite tante e troppe volte, incise da passanti.
Voleva essere vero, rendersi vero, vivo. E solo con lei poteva rendere acceso il sogno di far sbocciare nella sua vita una nuova primavera.
sabato 4 gennaio 2014
"Pensieri e parole"
Tentare di non annegare nella burrasca di sogni; tentare di non affogare nella bufera di pensieri. Tenere a mente la propria rotta, anche se con un po' di malinconia negli occhi nel guardare la scia tracciata, e ormai cancellata, dal veloce ma impercettibile movimento della nave che prosegue verso la meta tra gli innumerevoli "se" e "ma", armata di "nonostante tutto".
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